




Antonella Picchio, Silvia Federici, Luciana Castellina, Susanna Camusso e Graziella Caselli. Cinque donne che hanno ‘fatto la storia’ negli ultimi trent'anni del ‘900, ognuna a proprio modo, in diversi campi d’azione: dall’economia alla politica e alla filosofia, passando per la demografia e la sociologia. Dalle lotte operaie degli anni Settanta alle attuali sfide dell’economia digitale, l’intreccio delle loro voci è un’eco di memorie preziose e di futuri possibili. Ascoltarle ci permette di rivivere i movimenti femministi di quegli anni, o scoprire come le donne hanno provato a cambiare il mondo occupandosi anche di economia.
I loro ricordi richiamano spesso nodi rimasti tuttora irrisolti, in primis quello del mancato riconoscimento del lavoro di cura, ma suggeriscono anche soluzioni per affrontarli, per esempio attraverso reti solidali tra donne.Tra conquiste ottenute e battaglie ancora da vincere, queste cinque donne dimostrano che parlare della realtà economica al maschile significa raccontare meno della metà della storia e ignorare più della metà della realtà che ci circonda.
Il rapporto tra donne ed economia nel secolo scorso è stato molto più complesso di quello che oggi si può leggere sui libri di storia e di storia dell’economia. Non si è trattato solo di un braccio di ferro per conquistare posti o diritti nel mercato del lavoro. L’obiettivo di donne come le nostre cinque protagoniste era stato da subito quello di capire come funzionassero davvero i meccanismi economici e quanto questi fossero, e siano tuttora, legati ai ruoli di genere. Le loro voci raccontano infatti come l’economia politica non sia affatto neutrale, ma costruita per rendere volutamente invisibile una parte fondamentale del lavoro che le donne hanno sempre fatto.
Tutta la questione del femminismo e anche quindi del patriarcato, nasce da un imbroglio storico pesantissimo che io chiamo l'imbroglio del neutro. Tutte le nostre leggi, tutte le regole della società, sono intestate a un cittadino neutro. Quel cittadino neutro è stato disegnato sull’identità maschile. Invece noi dobbiamo dire, le donne e gli uomini non sono uguali, per niente, hanno ambedue il diritto di avere il potere di regolare come è fatta la società, non di vivere in una società tutta regolata a partire dal corpo maschile.
Il movimento delle femministe economiste ha dentro varie anime. Ci si addentra nei labirinti dell'economia per un'analisi più efficace di che cosa rappresenta appunto questo mondo capitalista, questo sistema capitalistico, e chi invece lo fa con l'ottica di poter riformare e quindi di rilanciare un capitalismo che si spera sia più umano.
Io sono stata una delle prime a capire che quello che serviva era aumentare il lavoro femminile, ma dare alle donne la possibilità di avere asili, scuole primarie, scuole secondarie, tutte a tempo pieno, fin dalla nascita del bambino, cioè la possibilità che ci siano delle strutture capaci di supportare il loro lavoro di figli.
Il femminismo ancora non è nato nella mia vita ed è nato un po' in giro. In qualche modo l'ho scelto perché proprio ci potevo mettere le cose della mia vita, le donne della mia vita, loro rabbia, le loro reazioni.
Mi sono occupata di economia per tutta la vita nel senso che non ti occupi di lavoro e di diritti delle persone se non ti misuri anche con i contesti economici e le scelte che i contesti economici determinano.
Studiare l’economia capitalista per cambiarla dall’interno o per smascherarne i meccanismi da fuori? Le economiste del ‘900 si sono trovate di fronte a questa scelta e ciascuna ha preso la sua strada. Nessuna si è però mai sottratta dal contribuire in modo fermo al dibattito tuttora aperto. Chi conta davvero nella realtà economica, chi muove i capitali o chi si prende cura delle persone?
C’è chi si addentra nei labirinti dell’economia per un’analisi più efficace di cosa rappresenta questo sistema capitalistico e chi invece lo fa cin l’ottica di poter riformare, e quindi di rilanciare un capitalismo che si spera sia più umano.
È una nota gerarchia non scritta ma è quella che se tu ti occupi di finanza, devi essere ben retribuito e molto valorizzato, se ti occupi di salvare la vita alle persone invece stai in fondo alla scala.
La democrazia ha bisogno di soggettività, che ognuno si senta protagonista di quello che succede nel mondo e non che fa il volantinaggio di quello che dicono qualcun altro, o di un altro Parlamento di non so dove.
Il lavoro di cura non può essere considerato solo un gesto d’amore, ma va inteso come lavoro vero e proprio utile per produrre la cosa più importante per il capitalismo, cioè i lavoratori stessi. Questa idea rivoluzionaria spunta nel pieno degli anni ‘70 con la campagna per il salario al lavoro domestico e si perpetua nell’economia femminista degli anni ‘90 dimostrando che senza chi cucina, pulisce e si prende cura degli altri, l’intera economia si fermerebbe. Sebbene un cambiamento di paradigma economico sembrasse ovvio e inevitabile, ancora oggi il lavoro di cura resta invisibile, non pagato e considerato naturale per le donne.
Lo chiamano amore, noi lo chiamiamo lavoro non pagato – è stata scritta su molti muri.
La campagna per il salario al lavoro domestico si innesta su tutto questo grosso movimento anticoloniale, che è forse stato una delle cose più importanti del secolo ventesimo.
C’è una forma di lavoro specificamente capitalista, perché produzione allo stesso titolo della produzione industriale. Ma produce qualcosa di ancora più fondamentale cioè produce la forza lavoro, produce gli operai, produce la capacità stessa di lavorare. Quindi questo saggio stravolge l’ottica con cui la sinistra ha sempre guardato al lavoro domestico. Il mondo della riproduzione è diventato centrale, è diventato praticamente la condizione di esistenza della produzione stessa. Perché come si è detto senza lavoratrici salariate, non esiste nessuna alcun tipo di attività lavorativa.
Tuttora dopo vent'anni che parliamo di salario al lavoro domestico, della riproduzione, non si sente una parola detta da coloro che parlavano del lavoro d'amore.
Nel momento di piena attività delle nostre cinque protagoniste, il movimento femminista non è stato solo teoria, ma soprattutto pratica collettiva. Era creato e sostenuto da gruppi di donne che si incontravano, discutevano e costruivano insieme nuove idee economiche. Litigavano a volte, ma lottavano insieme per valori e obiettivi concreti condivisi.
Per molte di loro, il collettivo non era solo un supporto emotivo ma uno strumento di conoscenza e di lotta. Attraverso le reti femministe è stato possibile combinare due elementi che ancora oggi molti vogliono far credere che non possano convivere nello stesso ambiente, soprattutto se femminista: la capacità di creare relazioni e quella di portare avanti conflitti.
Le reti le ho viste solo quando è nato il movimento femminista ed ero in una rete. Lì c’è stato un momento che ho dovuto scegliere tra il gruppo e la mia vita e ho deciso che era importante il gruppo, non perché fossero le compagne che mi consolavano, ma perché erano il mio movimento, avevo bisogno del movimento, della forza del movimento.
Per me è stata un'esperienza fondamentale, non sempre facile perché abbiamo avuto divisioni, rotture, momenti difficili, e tuttavia è stata un’esperienza molto molto grossa.
Le reti di donne per la mia esperienza non solo appunto mi hanno permesso di conoscere, pensare, frequentarsi e così via ma mi hanno inserito, insegnato, costretto, ci sono tante modalità di definirlo, a misurarsi sempre con due cose che poi sono fondamentali della mia vita professionale successiva, se professione può essere il sindacato, che sono relazione e conflitto.
Le testimonianze raccolte adottano spesso una prospettiva storica che non permette di accettare a priori ciò che accade, senza sviluppare anche uno spirito critico.
La finanziarizzazione dell’economia si accompagna sempre più ad una crisi demografica. Questi due fenomeni possono diventare una tenaglia che spinge le donne indietro di anni, segregate nel ruolo di madri, obbligate a ricoprirlo rinunciando alle proprie ambizioni di indipendenza economica. In mezzo a tutto questo, viviamo in un’epoca di cambiamenti tecnologici rapidissimi che non riusciamo ancora a governare ma che potrebbero nascondere preziose opportunità di cambiamento.
Bisogna soprattutto distruggere tutto questo mito del mercato finanziario perché questo è veramente il gioco più sporco che stanno giocando. Adesso c'è perfino il bitcoin dentro quello che decide il valore della moneta.
Io sono spaventata oggi perché rischiamo con tutte le chiacchiere sulle donne che devono fare figli perché non ci sono abbastanza italiani e se poi sono invece somali sono come animali e non come gli umani e quindi non servono e il sistema affonda e ci mandino tutti a casa. Perché la questione non viene risolta nel senso della modifica e del cambiamento della società ma semplicemente vabbè tu stai a casa, in cucina e lavi i piatti e partorisci.
Noi siamo dentro un processo che non si stabilizza, e questa è la cosa che destabilizza invece tutti gli altri, perché non abbiamo ancora capito come dobbiamo trattare la rete e stiamo discutendo dell'intelligenza artificiale.
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Ogni donna che avete ascoltato ha una storia diversa da raccontare. Ogni voce svela un lato dell’economia diverso dall’altro, e sempre oltre numeri e grafici. Occuparsi di economia ha significato per le cinque protagoniste prendersi cura delle persone e dei loro rapporti con il potere e la politica. Pur nella loro diversità, hanno tutte contribuito con la loro voce a cambiare il modo in cui guardiamo il mondo che ci circonda.